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Corallo

Dal mare al gioiello

CHE COS’È IL CORALLO

Il corallo è il prodotto di un animale, potremmo quasi dire che è la sua casa.

E’ costituito da colonie di polipetti, che costruiscono intorno al loro corpo molle, tramite secrezioni, una sorta di scheletro. Un’impalcatura di calcare dalla funzione protettiva e di sostegno, che assume, nell’arco di molti anni, la straordinaria forma ramificata di un albero. Le condizioni necessarie perché il corallo proliferi sano e rigoglioso sono tre:

  • L’assenza d’inquinamento
  • La presenza di correnti marine
  • Le temperature costanti dell’acqua

Il corallo ha un suo ciclo vitale, come ogni essere in divenire, quindi nasce, cresce, si riproduce ed infine muore. Queste stagioni sono legate indissolubilmente alla vita dei polipetti, ai quali si deve il suo sviluppo. I piccoli animaletti, nell’arco della loro esistenza, si moltiplicano e dividono diverse volte.Se avvertono una situazione di sovrappopolamento, rilasciano in mare i loro 3 spermatozoi che, trascinati dalle correnti e fecondati, danno vita a larve, che originano altre colonie in altre zone marine. Nel momento in cui al suo interno muoiono le bestiole, come se cadessero le mura di cinta a difendere il castello, dei parassiti s’insinuano all’interno della struttura. Questi parassiti cominciano a scavare delle gallerie nel corallo, come tarli nel legno, fino a renderlo friabile, fragile e non lavorabile una volta pescato.

Mi piace paragonare la pesca sostenibile del corallo all’andar per funghi: i rami si trovano a famigliole e si selezionano solo i migliori e più buoni lasciando crescere quelli piccoli.

COME SI PESCA

Il corallo, fin dai tempi della civiltà greca, nel mediterraneo, è stato pescato con reti, tramite una tecnica che potremmo definire a strascico e prevedeva lo strappo quasi al tappeto dagli scogli (il famigerato “ingegno”)

Tale metodologia è stata bandita ufficialmente, in tempi recenti, dalla Comunità Europea. Da allora, la pesca del corallo è ad opera di sommozzatori particolarmente 4 esperti che, grazie anche all’ausilio di tecnologie sofisticate, riescono a scendere a profondità considerevoli: spesso oltre i 100 metri. Si può dire che una pesca subacquea responsabile come quella attuale sia un toccasana per l’ecosistema e che fa sì che il corallo sia raccolto prima che inizi la sua fase distruttiva, morendo, diciamo, per cause naturali. La pesca dei sub è, infatti, molto selettiva; il “corallaro”, che si cala in mare, ne individua il banco, ma non ne fa incetta in maniera indiscriminata; raccoglie solo gli esemplari più grandi, sani e di valore economico elevato, lasciando quelli piccoli e aspettando che crescano negli anni successivi. Come un buon contadino, che sfrutta il terreno a rotazione e lascia a maggese un campo per restituirgli fertilità, così il pescatore lascia a riposo una porzione di fondale per dar modo e tempo al corallo di crescere e svilupparsi bene. La pesca antica, troppo massiva, ha portato in parte, nell’area mediterranea, a danni consistenti all’ambiente e al generale momentaneo scarseggiare di materia prima. Se da un lato l’espediente delle incursioni subacquee ha giovato alla natura, c’è per contro da tener conto della pericolosità del mestiere di “diver” e del fatto che la pesca coi sommozzatori è infinitamente più dispendiosa in termini di tempo.

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